
 Da AreaSport giugno 2010
Luca Brancaleon, 27 anni, karateka da quando ne aveva sei, di Canale di Villadose, che gareggia per i colori del Gruppo Sportivo dell’Esercito da alcuni anni, ha iniziato quest’arte marziale del Dojo del maestro Francesco Favaron che lo ha portato nelle giovanili sul tetto d’Italia, d’Europa e del mondo.
Quest’anno hai vinto ancora il Campionato Assoluto di kata della Fijlkam, a che quota sei arrivato?
«E’ il terzo consecutivo». Tu eri il campione da battere, chi temevi di più? «Mancavano i big, Valdesi, Maurino e Figuccio, eravamo in 95. Ho trovato uno Juniores forte da Torino, poi il solito Sorbino e in finale Tocco, un atleta di Napoli molto valido e molto in forma. Solo in finale, a parte Sorbino, ho trovato un atleta che poteva impensierirmi». In finale con Tocco che kata hai fatto? «Chatanyara Kushanku e lui ha fatto Gankaku e poi il kata inventato, e ho vinto entrambi per 5-0» . Con Sorbino che cosa hai fatto? «l’ho incontrato in semifinale e contro di lui ho fatto Suparinpei e il kata inventato». Come ti sei sentito il campionato quest’anno? «E’ stato un po’ più duro perché avevo avuto un problema all’adduttore destro e per tutto lo scorso anno mi sono allenato poco. La difficoltà del campionato italiano è arrivare a fare nove kata, soprattutto prima delle semifinali ne devi fare sette uno di seguito all’altro quasi, e quindi il fattore fisico assume un’importanza rilevante e di conseguenza la preparazione è fondamentale. I kata sono quelli, la tecnica ormai l’ho acquisita completamente e quindi l’unica variabile è quella della condizione fisica. Abbiamo tra l’altro iniziato alle 8,30 di mattina e siamo andati avanti fino alle 13 e quindi senza poter mangiare e alla fine ero spompato e non ce la facevo più. Poi la finale l’abbiamo fatta alle 17 intanto avevo avuto modo di recuperare e rilassarmi un po’».
Come intensità di gara e per numero di kata il campionato italiano è forse più duro rispetto alle gare internazionali? «Certamente, anche se per numero di kata siamo pressappoco lì come numero, la differenza sostanziale sta nel kata inventato, sono quelle due prove, kata di stile e inventato che ti ammazzano anche perché sono appiccicate l’uno all’altra. Nelle gare internazionali il numero dei kata è, come ho detto, circa lo stesso, per esempio all’Open di Milano eravamo in 120 e quindi abbiamo dovuto fare sette prove, solo che i due inventati in più, degli italiani, fanno la differenza. Siamo solo noi in Italia che usiamo questa formula».  Da quanto tempo si fa il kata inventato in filane e in semifinale? «Circa cinque anni». Non è che è per questo che quelli che tu hai definito big, tra l’altro poi Maurino e Figuccio tu li hai già battuti più volte, è solo Valdesi che non hai mai sopravanzato, visto che non sono poi più giovanissimi, disertano la gara nazionale, tanto più che essendo i componenti del kata a  squadra campione del mondo non hanno problemi per vestire l’azzurro? «E’ probabile perché non sono in condizione perché di solito i campionati europei sono circa un paio di mesi dopo e quindi la loro condizione è indietro e quindi rischierebbero di non fare bella figura». A livello internazionale quali sono le ultime gare che hai fatto? «L’Open di Milano dove sono arrivato al secondo posto alle spalle di Valdesi, è stata una bella gara ed ho battuto gente di spessore come Maurino, l’egiziano Sherif Hosny, il tedesco Ilja Smorguner e l’australiano Giuliano James. Eravamo 120 ma c’erano cinque tatami per cui abbiamo fatto una prova dietro l’altra, mi sono trovato molto bene. In finale con Valdesi ho fatto 4-1 con un kata che non era il mio, Paiku, perché mi era rimasto solo quello, quindi comunque soddisfazione». Ormai sono 21 anni che pratichi il karate, una vita praticamente visto che hai 27 anni. Se dovessi ricominciare rifaresti la stessa strada? «Si certamente oltretutto mi ha dato anche il lavoro, che ultimamente non è facile da trovare, percepisco uno stipendio e mi permette di viaggiare, anche se da un paio d’anni non sono in nazionale anche se vinco. Moltissime società di tutt’Italia mi chiamano per fare delle lezioni e corsi vari, per cui ho comunque modo di girare ed ho un ulteriore riscontro economico». Fino a quando, sei ancore giovane d’altra parte, pensi di continuare? «Almeno fino ai 35 anni, poi dipende sempre che non arrivi qualcuno più giovane a battermi, devo cercare di mantenermi sempre su questo livello, non dovrebbe essere difficile credo ho trovato un attimo sistema di allenamento e mi basta ripeterlo sempre». La ripetitività non rischia di essere noiosa? «Si, ma si trovano stimoli comunque. Quest’anno ho fatto un squadretta a livello Libertas solo per trovare il modo di allenarmi con qualcuno e già quello mi ha stimolato. Poi ogni anno se ne scova uno diverso». Non hai mai pensato a praticare qualche altro sport, non cambiarlo, magari nei periodi morti ma che poi ti possa servire come allenamento per arrivare già con un tipo di preparazione diversa e mentalmente riposato sulla specificità del karate? «Si, io durante l’anno faccio Calcetto e calcio a 11 quindi partecipo due campionati e in più d’estate vado a fare canoa con il Gruppo Canoe Polesine. Sono già tre anni che vado per irrobustire la parte alta, visto che non amo fare pesi, e mi trovo bene, poi corro in bici, insomma cerco sempre di fare qualcos’altro». Tra tutti i kata che fai qual è quello che ti viene meglio e che ami di più? « Chatanyara Kushanku» Il tuo kata da sempre praticamente. «Mi piace anche Suparimei, ma soprattutto Chatanyara, ormai ho trovato un modo di viverlo e mi piace anche durante l’esecuzione, riesco a starci bene, insomma è un modo diverso d’indossarlo rispetto agli latri kata». Lo riservi per la finale o per quale moneto della gara? «Contro l’avversario più forte che mi trovo davanti, vedo durante la scaletta se c’è il più forte e lo faccio contro di lui. Per esempio con Maurino a Milano l’ho fatto come quarto kata». E ti ha sempre pagato bene. Pensi magari più avanti di aprirti una palestra e di mettere a frutto questi anni di karate, o di rimanere nell’esercito? «Penso che mi aprirò una palestra, poi dipende se riuscirò a rimanere ancora nell’Esercito, però aprire una palestra mia mi piacerebbe molto, anche perché insegno in giro e ho scoperto che insegnare è molto piacevole. Poi è una soddisfazione doppia perché vedi che quello che fai tu è giusto, che quello che fai fare agli altri anche e quindi ti diverti di più» Ora che sei anche dall’altra parte della barricata, visto che insegni, quando pensi agli insegnamenti di Favaron con cui hai iniziato il karate, li vedi sotto un’ottica diversa? «In alcune cose si certamente perché si va avanti e si scoprono sempre cose nuove che lui da maestro non ha provato, però la maggior parte delle cose che ho imparato sono impronta sua quindi è come se io seguissi un po’ quello che lui ha fatto ho ha detto. Quello che lui diceva a me io ora lo dico ai miei allievi, scopro e mi rendo maggiormente conto che Fa
varon è stato ed è un grande maestro perché tutto quello che io so ora è quando lui mi diceva prima. Allora magari eravamo stufi di sentire sempre quelle cose, quelle su cui lui insisteva, ma alla fine sono proprio quelle che tu fanno migliorare. L’ho molto rivalutato Favaron perché come maestro ci sa fare, è molto bravo, però è anche vero che alcune cose, non erano corrette». Tra tutti i maestri che hai incontrato, lasciando in disparte Favaron, qual è quello che apprezzi di più e che magari ti ha dato un valore aggiunto? «Ci ne sono stati diversi, ma in particolare c’è Cinzia Colojacomo che è quella che riesce a trasmettere di più, che magari ha le sue idee tecnicamente però trasmette un passione che ti fa amare di più il karate e Pierluigi Aschieri (direttore tecnico della nazionale) che ha un grande metodo di lavoro e una grande metodologia». Mi sembra superfluo chiederti che cosa ti ha dato il karate, mi hai già detto un lavoro, una grande passione, praticamente l’essere un adulto. «Si, infatti, ma anche un metodo di vita, rispettare le regole, stare sempre ad allenarsi senza mai pensare di essere arrivato, perché con il kata non si arriva mai. E’ un lavoro intenso da fare costantemente, è una regola di vita». Anche perché quando si arriva è il momento di guardarsi le spalle. «Infatti poi bisogna non solo arrivare ma mantenersi ad alti livelli, basta vedere Valdesi che vince 11 europei di seguito, è oltre che un campione uno che ha cervello per andare avanti».  Tra i ragazzi che vai ad allenare in giro per l’Italia vedi qualcuno che ha un futuro nel karate? «C’è un ragazzino in Toscana che sto allenando assieme ai compagni che ha già fatto un secondo posto agli italiani tra i Cadetti, si chiama Gabriele Petroni. Lo vedo molto bravo, lui fa tutti e due gli stili, ma lo Shito Ryu l’ha imparato da me e vederlo fare quasi come me è una grande soddisfazione. Il bello è che magari tra tre anni magari ci troviamo contro in gara. E’ già stato chiamato in nazionale, è un bell’atleta». C’è qualcosa che vorresti aggiungere? «Vorrei ringraziare l’Esercito per tutto quello che fa per me e anche per la possibilità che mi da di allenarmi a casa».